Soccorso Verde


Chaenomeles spp.
febbraio 26, 2011, 2:35 pm
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frutti di Chaenomeles japonica.

fiori di Chaenomeles japonica.

Si avvicina la primavera e si riprendono i lavori con le piante. in questi giorni ho pulito e sistemato la lavanda e le rose che ho sul terrazzo e oggi mi sono dato alla semina. Ho “rubato” dal giardino di mio zio un frutto di Chaenomeles japonica per estrarne i semi. Ne conteneva quindici, tutti belli. Alla prova dell’acqua sono andati tutti a fondo dimostrando di essere validi per la semina.

Come substrato ho usato del terriccio per tappeti erbosi, una miscela di torba e sabbia. Si può usare però un terriccio qualunque essendo il Chaenomeles una pianta abbastanza rustica e adattabile. Andrebbe benissimo anche la terra del giardino.

Il genere Chaenomeles è composto da arbusti molto decorativi, dal portamento tondeggiante, che in primavera si riempiono di fiori semplici di colore bianco, rosa, rosso o arancione. Ai fiori seguono i frutti molto simili a delle mele ma non commestibili (oddio, non sono velenosi ma non credo abbiano un gran buon sapore). L’effetto decorativo di fiori è frutti è sicuro. Tra le specie più note ci sono C. speciosa, C. japonica, C. lagenaria. Sono molto simili tra loro e difficili da distinguere.

Il Chaenomeles è molto usato anche come pianta da bonsai. Ci sono molti esempi di splendidi bonsai di questa pianta che trovano nella fioritura il loro punto di maggior bellezza.

La riproduzione può avvenire per talea o divisione ma anche la semina dà ottimi risultati. Le nuove piantine infatti fioriscono presto e i fiori, essendo semplici, sono ben

semi di Chaenomeles japonica.

formati. Unica incertezza della semina è il colore del fiore che potrebbe essere differente da quello della pianta madre. Un po’ di incertezza però aumenta il fascino del metodo della riproduzione da seme! Per il metodo della semina in vaso vi rimando invece al mio video sull’argomento.

Il Chaenomeles non ha particolari malattie. Essendo una rosacea può essere attaccato da oidio, ticchiolatura e afidi, tutte malattie semplici da curare e non letali. Vi rimando agli appositi post per la cura delle stesse.

Una pianta consigliata.



La coltivazione delle Salvia spp.
gennaio 11, 2011, 10:52 am
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Salvia tricolor in un'aiuola. l'accoppiata di Salvia e Rosa è un grande classico di sicuro effetto.

La coltivazione di Salvia spp. è piuttosto semplice. Le specie di questo genere sono infatti piante resistenti e adattabili. La maggior parte di esse (ad esempio S. splendens) sono utilizzate come annuali perché non sopportano minimamente il freddo e muoiono quindi alle prime gelate. Solo in Africa, in effetti, ho visto esemplari di S. splendens perenni, alti quasi un metro e lignificati. Da noi però non passano l’inverno e non vale la pena di ritirala in casa. S. officinalis è invece perenne anche nei nostri climi anche se mal sopporta i rigori invernali. È meglio, se vivete in zone fredde, coprirla con del tessuto non tessuto.

Come si diceva sono specie adattabili ma prediligono comunque terreni leggermente calcarei e sciolti. A dire il vero io l’ho sempre coltivata anche in terreno acido e non mi ha mai dato problemi. Se però il terreno del vostro orto è molto compatto e argilloso mischiateci un po’ si sabbia vagliata. La trovate nei negozi di materiale edile. Fate una buca, mischiate la terra ricavata con la sabbia e magari con un po’ di concime organico come letame, stallatico o compost. Molto funzionale è lo stallatico cubettato, di facile utilizzo perché confezionato in cilindretti che lo rendono facile da spargere o da mischiare. Un buon mix potrebbe essere 50% di terra, 25% di sabbia e 25% di concime. Potete usare lo stesso terriccio anche per coltivarla in vaso.

Le specie annuali non necessitano di terreni particolarmente ricchi anche se una concimazione di base prima di allestire l’aiuola non fa male. Considerate che se il terreno è povero lo sarà anche la fioritura. Basterà comunque inglobare nel terreno un po’ di buon letame maturo o stallatico prima di piantare le piantine. Per S. officinalis

vaso con piantine di Salvia appena spuntate.

bisognerà inoltre concimare ogni primavera.

Oltre la concimazione non sono necessari altri grandi interventi. È cosa buona tenere le piante pulite eliminando foglie, fiori e rametti secchi. Considerate che il fiore appassito va a frutto producendo semi e impedendo una  nuova fioritura. Questo è importante soprattutto per quelle specie annuali da fiore che vengono usate nelle aiuole. Inoltre la presenza di foglie secche impedisce la circolazione dell’aria e causa un ristagno di umidità che può portare all’insorgere di malattie.

Le specie del genere Salvia non necessitano di potature e le tollerano male quindi non tagliate i rami se non è necessario e fatelo comunque con parsimonia.

Le annaffiature non devono essere troppo abbondanti e bisogna, prima di bagnare, assicurarsi che il terreno sia asciugato.

 

letame cubettato con la sua produttrice.

Nessuna specie è particolarmente longeva. Anche S. officinalis raramente supera i cinque o sei anni di vita. Anche se li supera comincia comunque a degradarsi e a non produrre più foglie profumate come prima quindi è meglio cambiarla.

Allestire un’aiuola di Salvia spp. è semplice. Si vanga il terreno inglobando del concime e quindi si piantano le piantine disponendole in file alternate e lasciando una distanza di 20-25 centimetri sia tra le piante sia tra le file. Ciò fatto si annaffia abbondantemente per far ben aderire il terreno alle radici.

La coltivazione in vaso è possibile anche se queste piante e soprattutto S. officinalis, crescono meglio in piena terra. Nel caso si coltivino in vaso si potranno utilizzare i terricci commerciali oppure il mix descritto sopra.

La riproduzione delle Salvia avviene solitamente per talea o per seme. Le specie annuali sono riprodotte per seme in vivaio e messe poi in commercio. Salvia officinalis è invece riprodotta per talea. per seminare basta spargere i semi sulla superficie del terriccio e coprirli smuovendo leggermente la terra con la mano. È opportuno seminare in un contenitore apposito come una seminiera o un vaso largo e basso. I semi della Salvia sono molto piccoli e le piante vanno comunque diradate dopo la germinazione. Un trucchetto per non seminare troppo fitto consiste nel mischiare i semi con della sabbia vagliata e spargere poi il tutto. I semi rimangono così “diluiti” tra i granelli di sabbia. Per bagnare i semi usate uno spruzzino in modo da non muoverli.

Per fare una talea invece si taglia un rametto appena sotto un nodo (il punto dove sono attaccate le foglie), si eliminano le foglie lasciandone solo tre o quattro in cima e si pianta in un vasetto con del terriccio a base di torba mischiato con sabbia vagliata. Se le talee sono molte potete anche metterle direttamente in piena terra. Il terriccio va tenuto bagnato ma non deve essere fradicio per evitare che marciscano. È meglio utilizzare rametti giovani e robusti magari non ancora del tutto lignificati. Si può anche ricorrere all’uso di ormoni radicanti. Si tratta di prodotti facilmente reperibili sul mercato che velocizzano la produzione delle radici aumentando la percentuale di successo. Nel caso della salvia comunque non sono necessari. Li trovate sotto forma liquida, da mischiare all’acqua della prima annaffiatura nelle dosi indicate sull’etichetta, oppure in polvere da spargere sul taglio.

Parleremo più avanti delle malattie di queste piante e di come curarle.



Tempo di bulbose!

 

tulipano "Queen Marvel".

Narcissus spp.

Ottobre sta per finire. È l’ora dei bulbi, il momento dell’anno in cui le bulbose vengono messe a dimora per la fioritura primaverile.

Il bulbo è un fusto trasformato e non una radice come potrebbe sembrare. Il dischetto basale del bulbo è il vero e proprio fusto mentre gli strati carnosi che lo compongono sono foglie trasformate che hanno acquisito una funzione di riserva.

Quando il bulbo viene interrato il dischetto basale comincia a emettere radici e dalla punta del bulbo si allungano le foglie e lo stelo fiorale della pianta. Una volta terminato il ciclo vegetativo le bulbose entrano in una fase di riposo. La parte aerea secca e le

Galanthus nivalis.

radici muoiono. Il bulbo sta così a riposo fino all’anno successivo. È in questa fase che bisogna trapiantarli.

I bulbi vanno interrati a una profondità doppia rispetto al loro diametro. Se li si mette in vaso tale regola non è facile da rispettare. In tal caso basta che siano coperti. Se però li piantate in giardino ricordate di porli alla profondità giusta. Fanno eccezione a tale regola le specie del genere Allium (aglio, cipolla, scalogno, Allium da fiore…) che devono essere piantati molto superficialmente in modo che un terzo del bulbo spunti dalla terra.

Una volta messi a dimora li si lascia stare, bagnando saltuariamente se la terra diventa troppo secca. I narcisi vanno dissotterrati ogni cinque o sei anni almeno e divisi. Essi si riproducono molto per via agamica. Da ogni bulbo si

Crocus spp.

generano altri bulbi e se la densità diventa troppo alta le piante non fioriscono più. È quindi necessario dividerli e diradarli per lasciare a ognuno il proprio spazio vitale. I tulipani devono invece essere tolti dal terreno ogni anno. Essi emettono dalle radici delle sostanze tossiche per il tulipano stesso. Se lasciate a dimora il bulbo esso deperirà. Bisogna quindi cambiargli posto a aspettare almeno quattro anni prima di rimettere dei tulipani nello stesso luogo. Si dice che il problema possa essere risolto piantando dei tageti sopra i bulbi durante la stagione della dormienza. I tageti depurano il terreno dalle scorie dei tulipani. Non ho mai provato e quindi non vi do la notizia per certa. Se doveste provare fatemi sapere i risultati!

Ci sono delle bulbose di piccola taglia adatte all’inselvatichimento nel prato. Interessante a tale scopo è il Crocus spp., una piantina alta pochi centimetri che una volta messa a dimora nel prato fiorirà sempre più copiosamente ogni anno. Potete comprare sacchetti di bulbi in miscuglio e riempire il vostro prato di casa. In primavera avrete un tripudio di colore. Quando poi sarà ora di tagliare l’erba i Crocus saranno già in dormienza. Un’altra pianta molto adatta allo scopo è il Galanthus nivalis o bucaneve. Le sue campanelline bianche spuntano molto precocemente, in

Colchicum autumnale.

pieno inverno e ci regalano un po’ di bellezza anche durante la stagione morta.

Se volete realizzare un’aiuola di bulbose dovete stare attenti alla progettualità. Considerate molto attentamente le caratteristiche delle diverse piante. In particolare dovete considerare la loro altezza, in base alla quale deciderete la disposizione in modo che nessuna specie resti nascosta, e il periodo di fioritura. Se non ci pensate prima potreste avere delle delusioni e ottenere un risultato ben diverso da quello che vi aspettavate.

Le bulbose non hanno grandi problemi fitosanitari. Ci sono insetti che mangiano volentieri i bulbi e anche animali superiori a cui stare attenti. I tulipani sono particolarmente graditi a topi e arvicole che se ne nutrono avidamente. I narcisi invece, essendo velenosi, sono immuni dagli attacchi dei roditori. Se trovate bulbi attaccati d avermi o ammuffiti buttateli via. Non vale la pena di curarli. In ogni caso posso dire per esperienza che le bulbose sono piante resistenti e che danno facile soddisfazione.

Nei prossimi post mi occuperò di alcune bulbose in particolare. Ci sono bulbose adatte a tutte le esigenze. Le loro fioriture sono eccezionalmente varie e distribuite durante l’anno. Si va dal Galanthus che fiorisce in dicembre-gennaio al Colchicum che fiorisce in agosto-settembre.

Certamente le bulbose sono piante da valutare per la loro bellezza, varietà, semplicità di coltivazione. Le bulbose si possono acquistare un po’ ovunque. controllate bene che i bulbi siano sani quando li comprate. Un’altra opzione è l’acquisto via internet o posta. Ci sono molte buone aziende. Io vi consiglio la olendese Bakker con la quale mi sono sempre trovato benissimo in quanto a qualità del materiale.

Buon Lavoro!



La Robinia

 

Robinia pseudoacacia "purple robe".

foglie di Robinia pseudoacacia.

La Robinia pseudoacacia è una specie ormai tipica dei nostri boschi ma che non ha la sua origine in Europa. Essa viene infatti dall’America e fu importata per la prima volta da Jean Robin (da cui prende il nome) nel 1601. da allora si è diffusa un po’ ovunque. A portarla in Italia ci ha pensato Alessandro Manzoni (proprio quello dei promessi sposi) che la piantò nel suo giardino come rarità. In pochi anni la Robinia tutto era tranne che una rarità.

La Robinia è una pianta della famiglia delle Fabaceae (nome corretto delle Leguminosae), di portamento arboreo o arbustivo. La si trova spesso sotto forma cedua poiché si tende ad abbatterla in quanto infestante. In realtà l’abbattimento accentua la sua capacità di infestare. Infatti la Robinia si riproduce molto vigorosamente per via agamica (non sessuale) producendo polloni dalla base e dalle radici. Se la si abbatte la si stimola a farlo. Abbattetene una e ne spunteranno cento.

Essa è, a torto, ritenuta un’infestante. Se guardiamo i boschi notiamo che la presenza di questo albero è discreta. La

fiori di Robinia pseudoacacia.

Robinia diviene infestante laddove gli equilibri si rompono e si liberano dei terreni a causa di disboscamento, incendi, lavorazioni dei terreni. Essa è una delle maggiori specie colonizzatrici grazie alla sua grande capacità riproduttiva e alla velocità di crescita. Un pollone di Robinia diventa circa due metri in tre o quattro mesi! Sotto di lei però crescono altri alberi più lenti ma più longevi che col tempo la soppiantano e la superano. In pratica essa è infestante solo se considerata coi parametri umani ma se la si considera con quelli della natura non lo è per nulla.

La Robinia è anche una pianta che può essere utilizzata per diversi scopi. Tanto per cominciare ha un bell’aspetto e se lasciata crescere come deve diventerà in pochi anni un albero bello e importante. Se avete i dovuti spazi in giardino valutatene le potenzialità estetiche. Ricordate però che è un albero di prima grandezza e, una volta pienamente sviluppata, giungerà ai trenta metri e oltre di altezza. Esistono anche varietà coltivate che a differenza di quella selvatica sono meno vigorose, restano quindi più piccole e si riproducono meno. Inoltre si trovano varietà a fiore rosa e porpora (quella selvatica ha fiori bianchi o crema chiaro) e senza spine (che nel selvatico sono toste).

I fiori della Robinia sono anche buoni da mangiare. Hanno un sapore dolce e potete metterli nella frittata o nelle frittelle. Sono da provare. Le foglie invece sono ottime per la nutrizione animale. Mia nonna le raccoglieva sempre

radice di leguminosa dove si vedono i noduli che ospitano il battere Rhizobium.

per i conigli che si dimostravano particolarmente contenti. Del resto sono tenere, sottili e ricche di proteine. Per lo stesso motivo sono ottime da mettere nella composta. Si decompongono velocemente e danno al compost una buona quantità di sostanza, soprattutto di azoto.

Il suo legno è duro e molto resistente. Buono per fare mobili e come legna da ardere, non lo è per la fabbricazione di manici. Essendo così duro fa venire le vesciche.

Insomma, nonostante sia una pianta ritenuta infestante e disprezzata credo sia da rivalutare e rispettare un po’ di più.

La sua coltivazione è semplice. Prendete una piantina e mettetela a dimora. Tenetela bagnata finché non sarà bene attecchita e poi lasciate che si arrangi. Non ha malattie particolari tranne i soliti afidi e qualche insetto che ne mangia le foglie. A volte, se l’umidità è troppa, insorgono muffe. Basta eliminare la parte malata e fare in modo che la pianta sia maggiormente arieggiata. Un punto importante: NON CONCIMATELA! La Robinia è una leguminosa e quindi si arrangia da sé! Al massimo se la foglia si presenta gialla con le venature verdi somministrate del ferro ma non datele mai concimi contenenti azoto. Quello lo ricava direttamente dall’aria grazie alla simbiosi col Rhizobium, un battere azotofissatore.

Eliminare la Robinia dai terreni infestati è impresa non facile. L’unica è strappare le radici sperando che non ne rimangano dei pezzi nel terreno. Basta un pezzettino di radice per farla ricacciare. Se tenete le robinie costantemente tagliate almeno ogni quindici giorni (come l’erba del prato) allora si indeboliranno e col tempo moriranno. Nemmeno il diserbante sembra funzionare. I diserbanti che vanno somministrati al terreno spesso non giungono a sufficiente profondità e comunque farebbero terra bruciata ammazzando anche tutto il resto. Quelli fogliari invece non funzionano perché la foglia della Robinia è idrorepellente e quindi il diserbante, semplicemente, non attacca! Si potrebbe provare aggiungendo un adesivante come la melassa, il sapone o un adesivante chimico. In ogni caso il diserbante va dato più volte perché la Robinia è molto resistente. Si potrebbe in tal senso provare con i diserbanti ormonali per le foglia larga. Dovrebbero essere più funzionali sulla Robinia essendo specifici per dicotiledoni. Dico dovrebbero perché non li ho provati personalmente.

In ogni caso, se avete un terreno e lo pulite, ricordate di eliminare le Robinie appena spuntano. Se le lasciate crescere il problema può diventare grosso!



Una strana presenza.
giugno 21, 2010, 4:03 pm
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Sul lago di Como il clima, si sa, è abbastanza clemente. Questo ha determinato da sempre la presenza di vegetazione tipica della macchia mediterranea. Così, insieme a querce, abeti e rose canine troviamo anche il Cistus, il mirto e l’erica calluna. Da ormai qualche decennio però c’è una presenza ancora più stupefacente: l’Opuntia vulgaris. Si tratta di un cactus, strettamente imparentato col fico d’India (Opuntia ficusindica) ma dalle dimensioni più ridotte e dal portamento allargato, addirittura strisciante a volte. Sul lago si è diffusa attecchendo sulle rocce e colonizzando quegli spazi che, per mancanza di terra, risultano aridi.

È una pianta dall’aspetto attraente, con la parte aerea costituita da “pale”, rami trasformati dalla forma piatta e ovale e dal colore verde chiaro. I fiori, che cominciano a comparire a fine maggio o inizio giugno, sono di un bel giallo brillante e si trasformano poi in frutti rosso vivo.

Coltivarla non è certo difficile. L’Opuntia è uno dei cactus più resistenti e sopporta anche errori nell’innaffiatura. Consiglio comunque di usare un terriccio molto drenante, con aggiunta di sabbia vagliata e magari di ghiaia fine in modo che l’aria possa penetrare nel terriccio e l’acqua defluire facilmente. Questo vale soprattutto per la coltivazione in vaso. Se la piantate in piena terra fate attenzione che non sia in una conca del terreno dove l’acqua potrebbe ristagnare. Se avete della roccia in giardino potete piantarla in una tasca creando un effetto estetico notevole.

La riproduzione dell’Opuntia vulgaris avviene in due modi: per talea e da seme. La talea si pratica staccando una pala con un taglio netto, lasciandola asciugare un paio di giorni all’ombra e poi interrandola per i tre quarti. Si tiene moderatamente bagnato il terriccio e si attende che radichi. Presto dalla sommità della pala spunteranno nuove pale. Potete fare talee durante tutto l’anno ma sconsiglio, soprattutto al nord, di farle in inverno. Il freddo potrebbe ucciderle. A volte la pianta emette radici spontaneamente laddove le pale toccano terra. In tal caso vi basterà staccare le pale già radicate dalla pianta madre.

La riproduzione da seme è più lenta. Le piante che nascono hanno bisogno di più tempo per raggiungere le dimensioni opportune e la capacità di fiorire. Solitamente però sono più resistenti alle malattie. Inoltre riprodurre da seme è sempre divertente e appassionante.

L’Opuntia vulgaris non ha particolari problemi fitosanitari. Se coltivata nelle giuste condizioni non incappa in malattie. Se dovessero comparire parassiti animali (afidi o cocciniglie) usate metodi biologici come acqua e sapone o infuso di ortica. I prodotti chimici potrebbero infatti scottare le delicate pale.

Il nemico più pericoloso dei cactus è comunque il marciume. Si evita semplicemente con un terriccio che dreni efficacemente. L’insorgenza del marciume indica un problema di drenaggio o di innaffiatura troppo abbondante. Se la vostra pianta è attaccata dal marciume trapiantatela cambiando il terriccio e mettendone uno più drenante ed eliminate le parti marce.

Un ultimo avvertimento: le piante del genere Opuntia sono spinose e sono dotate di spine molto sottili, a volte invisibili che si infilano nelle dita e sono difficili da togliere. Maneggiate le piante con dei guanti!



Il guado.

Il guado o gualdo è una pianta antica, usata per secoli per ricavare una tinta blu per le stoffe. Originaria dell’Asia, essa è conosciuta in Europa fin dai tempi dell’antica Roma e veniva coltivata sia per ricavare la tinta sia per le sue facoltà antisettiche. L’Isatis tinctoria (questo il nome scientifico della pianta) contiene nelle foglie lo stesso principio colorante dell’indaco ma in quantità minore. Anche per questo fu sostituita dall’indaco stesso circa due secoli fa, quando i commerci e i viaggi furono sufficientemente agevoli e sviluppati da importare l’indaco dall’oriente a un costo relativamente basso. Le tinte sintetiche diedero poi il colpo di grazia a questa coltivazione che fu abbandonata del tutto. La pianta però restò in Europa e anche in Italia inselvatichendosi.

L’Isatis tinctoria è della famiglia delle crucifere, parente quindi della colza, dei cavoli, dei rapanelli. È una pianta biennale. Il primo anno di vita sviluppa una rosetta basale di foglie tra il verde e l’azzurro, ovali e pelose e una radice a fittone. Il secondo anno dalla rosetta basale si sviluppano gli steli fiorali che portano capolini di piccoli fiori gialli con quattro petali che si trasformeranno poi in semi. La pianta, dopo aver maturato i semi, muore.

Oggi coltivarla può essere un interessante esperimento. Potreste divertirvi a ricavare la tinta dalle foglie e a tingere le vostre magliette. Il procedimento è un po’ complicato ma realizzabile da tutti. Prendete le foglie del guado, mettetele in acqua dopo averle tagliate a pezzettoni e lasciatele macerare per un giorno o due. Fate bollire il tutto, togliete le foglie e rimestate poi con forza, più volte nel giro di qualche ora in modo da far prendere ossigeno all’acqua. Le foglie rilasciano una sostanza detta indacano, trasparente e solubile in acqua. A contatto con l’ossigeno l’indacano si ossida. L’ossido, ovvero l’indaco, non è solubile e precipita quindi sul fondo del contenitore. In questo modo otterrete una polvere blu che sarà la base delle vostre tinture.

Per tingere prendete l’indaco, mettetelo in acqua e fatelo bollire. Attenzione però! la pentola deve essere stagnata, altrimenti dovrete aggiungere un pezzo di stagno nell’acqua di bollitura (meglio se è acqua distillata). Come dicevamo l’indaco non è solubile. Lo stagno, che ha potere riducente, “disossida” l’indaco trasformandolo nuovamente in indacano. Una volta trasformato tutto vedrete sparire la vostra polvere e divenire l’acqua trasparente. Intingeteci la maglietta , fate penetrare bene l’acqua nelle fibre e tiratela poi fuori. Mettetela all’aria e la sostanza si riossiderà tingendo di blu la vostra maglietta. Se non c’è lo stagno l’indaco non si riduce e rimane solo sulla superficie delle fibre. Al primo lavaggio se ne va. Solo nel modo che vi ho descritto potete usarlo senza problemi.

Coltivare il guado è semplice. Si semina in primavera e si distanziano poi le piante di una trentina di centimetri l’una al momento del diradamento o dell’impianto in piena terra. Se volete tenerla in vaso sul terrazzo considerate che per svilupparsi bene dovrete fornirle un buon vaso (una ventina di centimetri di diametro), un terriccio morbido e ricco e dovrete tenerla concimata (un normale concime per piante verdi va benissimo). Se invece volete coltivarlo nell’orto preparate il terreno l’autunno precedente la semina vangando in profondità e aggiungendo del buon concime organico come compost vegetale o letame maturo. Seminate in una seminiera e piantate poi le piantine appena avranno due o tre foglioline. Tenete presente il fatto che il guado è parente di alcuni ortaggi come il cavolo o il rapanello essendo della famiglia delle crucifere. Non piantatelo quindi in una parcella che l’anno precedente ha ospitato questi ortaggi. La continua presenza di crucifere può far arrivare parassiti indesiderati. Lasciate anche le zolle della vangatura scoperte in inverno in modo che prendano le gelate. Livellate e rastrellate solo prima di piantare.

La riproduzione del guado avviene per semina. Trovare i semi non è cosa semplicissima. Io ho impiegato quasi due anni per trovare un piantina. L’ho poi trovata per caso, parlando con una signora che ho conosciuto per tutt’altro motivo, ho scoperto che era appassionata di tinture naturali e che aveva il guado nell’orto.  Un grazie quindi alla signora Annamaria. Mi ha regalato una piantina e segnalato un sito dove trovare i semi, l’unico che io conosca. È un sito francese specializzato in piante tintorie, lo trovate qui.



La rosa verde.

Secondo alcuni si chiama Rosa viridiana, secondo altri Rosa chinensis viridiflora, gli inglesi la chiamano monster rose: è la rosa verde. Si tratta di una varietà antica, molto particolare. Il fiore è dello stesso colore delle foglie e quasi non si vede anche per le dimensioni ridotte. Anche la forma è particolare: sembra quasi più un garofano che una rosa. Queste particolarità sono dovute al fatto che la rosa verde non ha petali mentre stami e pistilli si sono trasformati in petaloidi, sorta di petali stretti e allungati. Anche per questo motivo la catalogazione di questa pianta è incerta. Quelli che la chiamano Rosa viridiana la vorrebbero specie a sé mentre chi la chiama Rosa chinensis “viridiflora” la definisce come sottospecie della Rosa chinensis. Io appartengo a quest’ultima scuola. Le foglie e il portamento della pianta sono quelli tipici della R. chinensis.

Questa rosa è di facile coltivazione, si riproduce agevolmente da talea ed è abbastanza resistente alle malattie anche se a volte compare un po’ di oidio o di ticchiolatura. Non è possibile la riproduzione da seme. Poiché stami e pistilli sono trasformati in petaloidi la pianta risulta sterile.

La rifiorenza è eccezionale. Se non la potate continua a fiorire tutto l’anno. Durante la bella stagione i fiori sono verdi mentre in inverno presentano macchie brune.

Questa varietà è piuttosto rara. Si tratta di una pianta da appassionati, da collezionisti. Il grosso pubblico difficilmente l’apprezza a causa della fioritura non colorata. A voi decidere se cercarla o meno!